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La Chiesa cattolica in Congo e in Sud Sudan

A una settimana dal viaggio apostolico di Papa Francesco, incontro Iscom con don Anselme Ludiga e don Alfred Mahmoud Ambaro

Martedì 24 gennaio 2023

Antonino Piccione

L’invito di Francesco alla Repubblica Democratica del Congo e al Sud Sudan era stato quello a non perdere “la fiducia “e a nutrire “la speranza” che un incontro ci sarebbe stato, appena le condizioni lo avrebbero permesso. Era il 2 luglio scorso, il giorno in cui il Papa sarebbe dovuto partire, fino al 7 luglio, “per un pellegrinaggio di pace e riconciliazione” in quelle terre, poi rimandato per consentire alle terapie al ginocchio al quale il Papa si stava sottoponendo in quel momento. “Non lasciatevi rubare la speranza!”, chiese allora Francesco in un videomessaggio a quelle popolazioni, nel quale esprimeva il suo rammarico “per essere stato costretto a rinviare questa visita tanto desiderata e attesa”. A loro, poi, affidava la grande missione di “voltare pagina per aprire strade nuove”, di riconciliazione, perdono, serena convivenza e sviluppo. E in quelle terre il Papa aveva inviato il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, a “preparare la strada”.

Il momento ora è arrivato: tra una settimana, martedì 31 gennaio, prende il via ufficialmente la visita del Santo Padre in Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan. 

Nel corso di un incontro promosso stamane a Roma con una trentina di giornalisti vaticanisti, l’Associazione ISCOM ha avuto modo di ascoltare la testimonianza di don Anselme Ludiga, sacerdote congolese della diocesi di Kalemie-Kirungu (già parroco di Saint Jean Marie Vianney a Kala), e don Alfred Mahmoud Ambaro, sacerdote sud sudanese della diocesi di Tombura-Yambio e parroco di Maria Aiuto dei Cristiani nella città di Tombura.

Padre Alfred, a Roma da 4 anni, laureando in Psicologia presso l’Università Pontificia Salesiana, ha ricordato «il dramma della guerra e la conseguente emergenza umanitaria in Sud Sudan, tanto da spingere il Papa a convocare a Casa Santa Marta, nell’aprile 2018, le massime autorità religiose e politiche sud sudanesi assieme all’arcivescovo di Canterbury per un ritiro spirituale ecumenico». In Vaticano vennero il presidente Salva Kiir e i vicepresidenti designati, tra cui Rebecca Nyandeng De Mabior, vedova del leader sud sudanese John Garang, e Riek Machar, leader dell’opposizione. «Giornate, quelle, sugellate dal gesto tanto inedito quanto eclatante del Papa di mettersi in ginocchio – ha continuato don Alfred – al termine di un discorso in cui implorava il dono della pace per un Paese sfigurato da oltre 400 mila morti, per poi baciare i piedi dei leader del Sud Sudan». “Il fuoco della guerra si spenga una volta per sempre”, disse il Pontefice, ribadendo ancora una volta il desiderio di visitare il Paese.

12 milioni gli abitanti del Sud Sudan, l’attuale presidente è di fede cattolica, così come la stragrande maggioranza dei cittadini, in larga parte pastori e agricoltori. 6 le diocesi, una arcidiocesi, tutti i vescovi risultano regolarmente nominati. Sono alcuni dati che don Alfred Mahmoud Ambaro ha richiamato, non prima di aver posto l’attenzione sulla circostanza che «il Sud Sudan si divide da Khartoum con il referendum del 2011, dopo quasi cinquant’anni di guerre. Il Trattato di pace tra i due Stati aveva fissato delle tappe nel percorso di separazione della Regione meridionale del Sudan. A un periodo di transizione di cinque anni, durante i quali Juba avrebbe goduto di ampia autonomia, sarebbe seguito il referendum sull’autodeterminazione, nel quale il 98,83% dei votanti si è espresso a favore della secessione. Il nuovo Stato è menomato non solo dal conflitto ma anche da prolungate carestie, una condizione che ha causato 2 milioni di morti e 4 di rifugiati e sfollati. Le infrastrutture sono quasi completamente distrutte. A ciò si unisce uno Stato sociale debole che deve affrontare diverse emergenze umanitarie. Quindi, i conflitti etnici scoppiati tra 2012 e 2013, soprattutto nella regione del Jonglei. Dal punto di vista economico, il petrolio costituisce il 98% delle entrate del Sud Sudan». Con la scissione del Grande Sudan, l’85% delle riserve di greggio è rimasto al Sud, ma i soli oleodotti utilizzabili sono quelli che attraversano il Nord. Il contenzioso sul “diritto di passaggio”, per il quale Khartoum esigeva un prezzo salatissimo, ha portato il Governo del Sud a interrompere le estrazioni dal gennaio 2012 fino al marzo 2013, quando sono riprese a seguito di un nuovo accordo con Khartoum. «Ancora oggi – ha aggiunto don Alfred – persistono le schermaglie tra etnie. Nella politica, si riflettono nelle tensioni tra il Presidente Salva Kiir Mayardit (dinka), il vice-Presidente Riek Machar Teny Dhurgon (nuer) e il leader d’opposizione Lam Akol Ajwin (shilluk). Ad agosto 2022, gli Usa hanno deciso di terminare l’assistenza ai meccanismi di monitoraggio del processo di pace in Sud Sudan proprio a causa dell’incapacità dei leader nazionali di trovare accordi per attuare gli impegni internazionali presi».

La speranza è che Papa Francesco, ha concluso padre il sacerdote sud sudanese, possa rispondere alle attese suscitate dallo stesso motto scelto per il suo viaggio, e tratto dal Vangelo di Giovanni: “Prego perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17). Il logo contiene la colomba, i contorni della mappa del Sud Sudan con i colori della bandiera, la croce e due mani che si stringono. Tutte immagini simboliche. Sopra i contorni della mappa del Paese è posta la colomba, che porta un ramoscello d’ulivo a rappresentare il desiderio di pace della popolazione sud sudanese. Al di sotto della colomba sono riportati i contorni della mappa del Sud Sudan con i colori della bandiera. Al centro, due mani che si stringono a rappresentare la riconciliazione delle tribù che costituiscono un’unica nazione. Infine la croce, raffigurata sulla destra, a rappresentare l’eredità cristiana del Paese e la sua storia di sofferenza.

Da parte sua don Anselme Ludiga, studente di Comunicazione alla Pontificia Università della Santa Croce, ha condiviso alcune riflessioni sul viaggio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo, accennando prima agli sviluppi storici legati alla evangelizzazione del Paese, la quale «risale alla fine del XV secolo quando, nel maggio 1491, missionari portoghesi battezzano il sovrano del regno del Kongo, Nzinga Nkuwu, che assume il nome cristiano di Joao I Nzinga Nkuwu. La corte e gli abitanti del regno si convertono a loro volta alla religione del sovrano. Anche la capitale del Kongo cambia nome passando da Baji a San Salvador. Nel 1512, il regno del Kongo (antico nome del Paese che successivamente in Congo) avvia rapporti diretti con Papa Leone X, avendo inviato a Roma una delegazione guidata da Enrico, figlio del Re Alfonso. Questi nel 1518 viene consacrato da Papa Leone X Vescovo titolare di Utica, divenendo il primo Vescovo originario dell’Africa nera».

Nel corso del XVI secolo l’opera missionaria è proseguita nel Regno con l’arrivo nel 1548 di 4 gesuiti per aprire un collegio. La crescita dei cattolici spinge la Santa Sede a erigere la diocesi di San Salvador nel 1585, seguita alla fine del secolo, da quella di Manza-Kongo. Con la creazione della Sacra Congregazione della Propagazione della Fede (“de Propaganda Fide”) nel 1622 viene dato nuovo impulso alla missione nel Regno del Kongo e nella vicina Angola, con l’invio nel 1645 di una missione di Cappuccini.

Nel 1774 inizia la missione di sacerdoti secolari francesi. Una battuta d’arresto all’azione missionaria – ha sottolineato padre Anselme – si verifica nel 1834 quando il Portogallo, cui era stata affidata l’evangelizzazione del Regno, sopprime gli Ordini religiosi maschili nei possessi d’oltremare e nella metropoli. L’azione missionaria riprende nel 1865, quando i Padri dello Spirito Santo (Spiritani) francesi iniziano la missione nel Regno. Con l’avvio della penetrazione belga, arrivano in Congo altri ordini missionari: Missionari d’Africa (Padri Bianchi) nel 1880; Missionari di Scheut nel 1888; Suore della Carità nel 1891; Gesuiti, che ritorno una seconda volta nel 1892.

Il lavoro missionario porta i suoi frutti: nel 1917 viene ordinato il primo sacerdote congolese. Nel 1932, si tiene la prima Conferenza dell’Episcopato del Congo Belga. Alla Chiesa cattolica va anche il merito della fondazione della prima Università del Paese, l’Università Lovanium, aperta dai Gesuiti nel 1954 a Léopoldiville, l’attuale Kinshasa. All’ateneo segue, nel 1957 la prima facoltà teologica dell’Africa.

Negli anni ’50 si consolida l’affermazione del clero locale. Nel 1956, viene consacrato il primo vescovo congolese, Mons. Pierre Kimbondo. Nel 1959 Mons. Joseph Malula diviene Arcivescovo di Léopoldiville, e 10 anni dopo viene creato Cardinale.

«Negli anni ’70 – ha concluso il suo interessante e puntale excursus storico don Anselme Ludiga – la Chiesa attraversa un periodo difficile a causa della politica nazionalista del Presidente Mobutu, che in nome del ritorno “all’autenticità” della cultura locale, contrasta la Chiesa cattolica, considerata come un’emanazione della cultura europea. La Chiesa riafferma la propria missione e l’inculturazione nella società locale, attraverso il documento “L’Eglise au service de la nation zaïroise” del 1972 e nel 1975, del documento “Notre foi en Jésus Christ”. A seguito della statalizzazione delle scuole cattoliche, nel 1975 la Conferenza Episcopale congolese pubblica la “Déclaration de l’Episcopat zaïrois face à la situation présente” (Mobutu aveva cambiato il nome del Paese in Zaire)».

Le due visite di Papa Giovanni Paolo II, nel 1980 e nel 1985, hanno dato nuovo vigore alla comunità cattolica locale. La seconda visita di Papa Giovanni Paolo II avvenne in occasione della Beatificazione di Suor Clementina Anuarite Nengapeta, martirizzata nel 1964.

Nel 1992-94, un importo riconoscimento del ruolo sociale della Chiesa cattolica è l’affidamento della presidenza della Conferenza nazionale sovrana per la transizione verso un sistema democratico a Mons. Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kisangani e attuale Presidente della Conferenza Episcopale del Congo.

Infine alcuni dati legati all’attualità della Chiesa cattolica: 90 milioni gli abitanti oggi del Congo, più della metà è di fede cristiana. 48 diocesi, 6 province ecclesiastiche, 44 i vescovi ordinati, 6000 e più i sacerdoti.

“Tutti riconciliati in Gesù Cristo” è il motto del viaggio in Repubblica Democratica del Congo, il cui logo vede il Papa al centro della mappa del Paese che riproduce i colori della bandiera. All’interno, alcuni elementi della biodiversità della terra congolese. La mappa – spiega il comitato organizzatore – è aperta ad Ovest per mostrare l’accoglienza riservata a questo grande evento e ai frutti che porterà; inoltre, i colori della bandiera, sapientemente distribuiti, sono molto espressivi. Il colore giallo, in tutti gli aspetti, simboleggia la ricchezza del Paese: fauna e flora, terrestre e sotterranea. Il colore rosso vuole rappresentare il sangue versato dai martiri, così come avviene tutt’ora nella parte est del Paese. Il colore azzurro, nella parte superiore, vuole esprimere il desiderio più ardente di ogni congolese: la pace.

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