Il Papa in Canada per chiedere perdono

Un sacerdote brasiliano, parroco per alcuni anni a Edmonton, presenta il prossimo viaggio del S. Padre dal 24 al 30 luglio

Andrea Acali, Exaudi


Quattro tappe (Edmonton, Maskwacis, Quebec e Iqaluit), un pellegrinaggio e soprattutto gli incontri con le comunità indigene. Papa Francesco, dopo che è stato costretto a rinviare il suo viaggio in Congo e Sud Sudan, non ha voluto rinunciare alla visita in Canada, dal 24 al 30 luglio. Che accoglienza troverà? Quali saranno i temi principali? Ne ha parlato in un incontro informale con i vaticanisti organizzato dall’Associazione Iscom, don Antonio Hofmeister, sacerdote brasiliano di Porto Alegre, ordinato nel 2002, che dopo aver lavorato in Amazzonia nel 2011 si è trasferito a Roma per studiare. Poi, dal 2013 al 2016, è stato parroco a Edmonton di una chiesa di migranti portoghesi.

Il Canada, paese multiculturale

“Il Canada è un paese che si considera multiculturale” ha spiegato. Ci sono “tantissimi migranti. A Edmonton si celebrano messe in 13 lingue diverse (ungherese, spagnola, italiano, portoghese, tedesco, francese ecc.). E c’è una parrocchia specifica dei popoli autoctoni: Sacro Cuore dei Popoli Originari”.

I popoli nativi

Il sacerdote ha disegnato il quadro della situazione delle popolazioni native, che il Papa incontrerà il 25 luglio a Maskwacis. È un villaggio a sud di Edmonton dove operano le suore di Gesù misericordioso, di santa Faustina, e dove è massiccia la presenza di popoli autoctoni. Si tratta di tre gruppi: “Quelli della ‘first nations’, che raggruppa diversi popoli; i Mètis, che derivano dall’unione dei primi colonizzatori francesi con i popoli originari, presenti soprattutto nella zona orientale del Canada; e gli Inuit, ovvero gli eschimesi, che abitano la zona più settentrionale”. Francesco nell’ultima tappa si recherà a Iqaluit, che è al limite del Circolo Polare Artico, in una zona difficile da raggiungere. Questo dice molto a mio avviso – sostiene don Antonio – di cosa rappresenti il mandato di Gesù andate in tutto il mondo”.

La richiesta di perdono

Tra i temi del viaggio c’è senza dubbio questo andare nelle periferie del mondo, come pure gli aspetti legati alla cura del creato, per esempio il problema dello scioglimento dei ghiacci. “Ma soprattutto – chiarisce don Antonio – è un viaggio per riconoscere il ruolo che hanno avuto alcune persone di Chiesa nella vicenda delle scuole residenziali. Chiedere perdono a Dio, manifestare solidarietà con i popoli che sono lì. Nei gruppi venuti a Roma tra marzo e aprile ci sono persone che hanno vissuto nelle scuole residenziali”.

Le scuole residenziali del Canada

Di cosa si tratta? Era un progetto del governo del Canada avviato tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Il governo chiese la collaborazione di altre istituzioni (come la Chiesa cattolica e i riformati della United Church). Alcune scuole erano dirette dallo Stato. L’idea di fondo era integrare i popoli indigeni nella società canadese. Tuttavia, “non salvaguardando loro cultura ma provando a fargli assumere una cultura occidentale”.

“I bambini venivano tolti dalle famiglie e messi in queste scuole residenziali, così perdevano ogni contatto con le loro origini e li educavano a una cultura portata dall’Europa. Molti, anche oggi, ringraziano per la formazione ricevuta – spiega don Antonio – ma molti altri si riferiscono a queste azioni come a un ‘genocidio culturale’. Quale fu il ruolo della Chiesa? Il governo non aveva mezzi sufficienti per tutte quelle persone e ha chiesto aiuto”. Lo scandalo è scoppiato quando in British Columbia e in altre zone, accanto alle scuole residenziali, hanno scoperto delle tombe di bambini non identificate.

Una ferita ancora aperta

“Va detto che a quell’epoca la mortalità infantile, anche per le difficili condizioni ambientali e la distanza da strutture ospedaliere, era molto alta. Ma questo non giustifica che quelle tombe siano rimaste senza nome, che le famiglie rimanessero all’oscuro della sorte dei loro figli. Come pure l’imposizione di una visione del mondo e di una spiritualità diverse. Per i nativi, un bambino non è solo il figlio dei genitori, in un certo senso appartiene alla comunità, intesa come una grande famiglia. Questo allontanarli era l’aspetto drammatico del sistema”.

L’ostilità del governo del Canada

L’atteggiamento del governo Trudeau, tuttavia, appare piuttosto ostile nei confronti della Chiesa, o almeno non è molto collaborativo. “Il governo canadese ha previsto dei risarcimenti, le leggi attuali proteggono le riserve indigene. Da parte sua, la Chiesa canadese si è impegnata pure a un risarcimento economico, ha fatto i suoi passi. C’è un programma, ‘Verità e Riconciliazione’, antecedente alla scoperta delle tombe, con cui la Chiesa si assume la sua parte di responsabilità e non solo ricorda la verità del passato ma cerca anche la riconciliazione, il camminare insieme. La Chiesa fa questo con tanto sforzo e forse, è la mia opinione personale, al governo non piace”.

In effetti, non si ricorda una dichiarazione ufficiale di scuse del governo. Inoltre, va anche ricordato che quando negli anni Settanta fu chiusa l’ultima scuola residenziale cattolica (mentre alcune di quelle governative restarono aperte) il premier era il padre dell’attuale primo ministro.

Le chiese vandalizzate

“Da quanto ho saputo – afferma don Hofmeister – c’è stata una risonanza molto positiva nei media in Canada dopo le udienze del Papa con i tre gruppi di nativi e quella generale con tutti. La sua richiesta di perdono è stata molto apprezzata. Prima c’erano accuse generiche alla Chiesa e non ai singoli che hanno fatto del male: i preti sono pedofili, il Papa è l’anticristo, deve dimettersi e così via. Alcune chiese sono state vandalizzate dopo la scoperta delle tombe. Una chiesa storica per il Canada, di inizio XX secolo, in legno, è stata completamente bruciata.

Una ripercussione positiva deriva anche dal fatto che il Papa vada in Canada malgrado i problemi di salute. Come pure le parole del S. Padre ai vescovi al termine dell’udienza con i nativi, in cui li ha incoraggiati: siete sulla buona strada, se è necessario umiliarsi, fatelo, è quello che ha fatto il Maestro. Bisogna fare anni di lacrime, questo è il nostro cammino”.

Gli anziani

E con i nativi, un altro punto di intesa con il S. Padre sono gli anziani: “Il Papa li sta valorizzando molto, anche con le catechesi durante l’udienza generale. Per i nativi sono simbolo di saggezza, di trasmissione del sapere: su questo si intendono a meraviglia”.

I frutti attesi

Quali frutti è lecito attendersi da questa visita in Canada? C’è stato un crollo di fedeli dopo la crisi delle scuole residenziali? “Spero che sia un grande successo” risponde don Antonio. “Certo, ci saranno sempre voci contrarie ma ovviamente penso che il Papa non vada per attrarre simpatia. Il fatto che si rechi in Canada malgrado le difficoltà legate alla sua salute farà capire alle persone che il Papa gli vuole bene. In Quebec, dove c’è la maggioranza dei cattolici, c’è stato un calo dei fedeli ma non legato alla questione delle scuole. Piuttosto, alla secolarizzazione che riguarda tutto l’Occidente a partire dal periodo postconciliare. In ogni caso sia a Edmonton che a Quebec i biglietti per le messe sono andati esauriti in pochi minuti” conclude don Hofmeister.

Notizia Vatican News

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