Emergenza sociale e sfide pastorali

di Antonino Piccione

Venerdì 3 luglio Iscom ha organizzato un incontro di lavoro on line con il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, sulla situazione attuale della Chiesa in Italia, con alcune sfide pastorali e sociali particolarmente importanti in questo periodo post lockdown. Hanno partecipato 25 giornalisti.

La Chiesa non sarà mai un gruppo Whatsapp

«È come se il virus – è la prima riflessione del cardinale Zuppi – ci abbia legato in una “comunità di destino”, da monadi isolate siamo ora cellule interdipendenti di un organismo unico. Non è soltanto un problema di igiene, è una dimensione anche spirituale. L’uomo, come disse Thomas Merton, non è un’isola». Dal punto di vista della Chiesa,  «con il digitale abbiamo raggiunto persone che magari non sarebbero venute in parrocchia ma che così hanno partecipato a rosario e catechesi. Continueremo a utilizzare questo strumento quando sarà utile. Certo semplifica tante cose, ma la Chiesa non sarà mai un gruppo Whatsapp, non saremo mai ridotti a una comunicazione virtuale, perché la Chiesa è relazione, incontro, corpo». 
Rispondendo a una domanda di Filippo Passantino (Sir) sul protocollo per la ripresa delle celebrazioni liturgiche con la presenza dei fedeli tra Cei e Governo, il cardinale dichiara di apprezzare l’utilità del servizio di accoglienza in Chiesa, «cosa che non c’è mai stata prima», anche se con funzione di vigilanza, e il superamento dell’uso dei guanti per la distribuzione della comunione. Sul ritorno dei fedeli, il porporato osserva una «ripresa lenta, un po’ perché il ritorno è coinciso con l’estate, un po’ perché le persone continuano ad avere paura».

Dove è finito l’uomo

Sul carattere millenaristico della punizione divina evocato in occasioni di catastrofi ed epidemie, l’arcivescovo di Bologna cita Elie Wiesel. «C’è un bambino impiccato dai nazisti che sta morendo. Una voce dice “ma dove è Dio adesso?”. La risposta: “Eccolo, è lì, appeso a quella forca”. Su Auschwitz la storia ha parlato chiaro. Non si può attribuire a Dio la responsabilità degli umani. Anche sul virus, un po’ di responsabilità ce la dobbiamo prendere e chiederci “dove è finito l’uomo”. Abbiamo sfruttato tutte le risorse ambientali e umane, hanno prevalso i protagonismi, le furbizie, le polemiche astiose. Costruiamo muri che non ci difendono, il virus invisibile dilaga. La nostra fede ci parla di un Dio che si è preso il virus della vita, perché, nascendo, ha accettato la vulnerabilità. Un Dio, non dimentichiamolo, crocefisso, che ci aiuta a sopportare le sofferenze». Il virus ci spinge alle domande vere della vita e della vita oltre la vita, per questo bisogna “alzare lo sguardo”. Ricordiamo allora di non tornare quelli di prima, perché, come ha indicato Papa Francesco, peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. E come ha esortato il Capo dello Stato Sergio Mattarella, commemorando a Bergamo le vittime del Covid: «La nostra vita non sarà come prima perché la sofferenza collettiva (…) ha certamente inciso sul modo in cui si guarda alla realtà. Sulle priorità, sull’ordine di valore attribuito alle cose, sull’importanza di sentirsi responsabili gli uni degli altri».

Il vaccino del lavoro, in luogo del cerotto dell’assistenzialismo

Qual è la virtù che più ci servirà per il tempo che sta arrivando? «L’umiltà – sostiene Zuppi – nel cercare il futuro, perché questa pandemia che ha messo in ginocchio il mondo è stata una grande umiliazione per tutti. La generazione dei nostri genitori l’Apocalisse l’aveva nella testa e nel cuore. Penso che questa umiltà ci servirà per capire che noi stiamo bene solo se stanno bene gli altri. Che ogni ingiustizia produce dolore collettivo». Il rischio dunque è che aumenti ulteriormente l’ingiustizia. Oggi crescono le differenze, le diseguaglianze e questo pesa sulla vita e la sicurezza di ciascuno. «C’è bisogno di lavoro e di meno precarietà. Molti segnali positivi ci sono: in diverse parrocchie i cittadini hanno donato beni alimentari (“Qui lascia chi ha e prende chi ha bisogno”). Nello spirito della Evangelii Gaudiumdi una Chiesa cioè missionaria, con le porte aperte e l’annuncio a tutti della gioia del Vangelo». Ripartire sempre dagli ultimi e dai «penultimi, spesso nella morsa dell’usura», sono loro a pagare le conseguenze più gravi. Per alleviare il dolore «non serve il cerotto dell’assistenzialismo a pioggia ma il vaccino del lavoro, che dona sicurezza e serenità. La pandemia ha agito come una radiografia che ha mostrato i punti di frattura della nostra casa comune. Il ricercatore precario che lavora per trovare un vaccino è una stortura da correggere. L’elemosina è importante ma non risolve».

Il bene comune contro il comune nemico

«Non sappiamo unirci neanche di fronte alla massima tragedia del nostro tempo». Lo aveva denunciato nell’intervista a Walter Veltroni, Matteo Maria Zuppi tiene ora a precisare che «ci sono uomini del nostro tempo, penso ad Alex Zanardi e a Francesco Guccini, esempi luminosi di chi non si rassegna al destino avverso e di chi lotta contro una società fragile e vorace». Contro personalismi e interessi di parte occorre rimettere al centro il bene comune.
Rivolgendosi a Zanardi: «Ti risolleverai, sei forte, così come sei riuscito a fare dopo il terribile incidente automobilistico del 2001 a Lausitzring. Sei ripartito con coraggio verso nuove sfide e avventure, sviluppando di più, tu senza gambe, la forza delle braccia e della testa. E soprattutto del cuore che arde di desiderio in ogni condizione di vita. Così sei diventato un esempio positivo, anche di lotta contro i muri e le barriere». All’amico Francesco Guccini, fresco 80enne: «Ci accomuna la ricerca dell’uomo che irragionevolmente e misteriosamente vuole vivere bene, che cerca la giustizia, che non si rassegna. Ecco, in questa bellissima storia che è la vita, l’amicizia penso contenga tanto di quel mistero di Dio che hai cantato, che dopo tre giorni risorge e che continua a morire ‘ai bordi delle strade, nei campi di sterminio, coi miti della razza, con gli odi di partito’».

Matteo Zuppi nasce nel 1955 a Roma, dove si forma e opera per oltre 60 anni. Baccellierato in Teologia alla Pontificia Università Lateranense, si laurea poi in Lettere e Filosofia. Incardinato nella diocesi nel 1988 dal cardinale Ugo Poletti, nel 2006 viene insignito del titolo di Cappellano di Sua Santità. Tra gli incarichi lungamente ricoperti quello di vice parroco e parroco di Santa Maria in Trastevere dal 1981 al 2010. Trasferito nel 2012 in periferia a Torre Angela, parrocchia dei Santi Simone Giuda Taddeo, tra le più popolose della diocesi del Papa. Francesco lo nomina il 27 ottobre 2015 arcivescovo di Bologna e il 5 ottobre 2019 lo crea cardinale presbitero del titolo di Sant’Egidio in Trastevere. Flash biografici dalla marcata impronta di pastore, sempre al fianco dei più bisognosi. Odierai il prossimo tuo come te stesso (Piemme 2019) è la sua più recente pubblicazione: un’indagine sulle paure che alimentano l’ostilità e l’intolleranza e sulle difficoltà di pensarsi in relazione agli altri. Temi che la pandemia ha riproposto in tutta la loro drammaticità, insieme con l’emergenza sociale e le sfide pastorali e culturali dagli esiti oggi affatto prevedibili.

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