Letteratura e testi sacri nelle grandi tradizioni religiose

In origine prevista l’11 marzo e rinviata per effetto dei ben noti motivi emergenziali, si è svolta oggi in diretta streaming la sessione su Testi sacri e libri di riferimento. La letteratura sacra. Terzo appuntamento de Le grandi tradizioni religiose 2020, iniziativa promossa dal Comitato Giornalismo&Tradizioni religiose e animata dal confronto tra esperti di cristianesimo, ebraismo, islam e induismo. Obiettivo: delineare i caratteri essenziali di ciascuna tradizione, facendo luce su alcune manifestazioni peculiari (cibo, ritualità, luoghi di culto, testi sacri, arte e turismo).
L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, si rivolge a giornalisti. Relatori di questo incontro sono stati Roberto Della Rocca, direttore Formazione e Cultura, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI); Bernardo Estrada, Ordinario di Nuovo Testamento, Pontificia Università della Santa Croce; Gabriele Tecchiato, Centro Islamico Culturale d’Italia; Hamsananda Ghiri, vicepresidente Unione Induista Italiana (UII).


Tradizione ebraica

Delle tre sezioni della Bibbia ebraica – la Toràh (o Pentateuco), i Nevi’im (“Profeti”) e i Ketuvim (“Scritti”) – il rabbino Roberto Della Rocca richiama l’attenzione sulla Toràh, «che nell’ebraismo designa l’insieme della tradizione consacrata. Da quella scritta dei primi cinque libri biblici con l’insegnamento impartito da Mosè al popolo d’Israele, si distingue la Toràh orale dei Maestri della tradizione e dell’esegesi rabbinica (confluita poi anch’essa in uno scritto del II secolo e.v. sul diritto e sul culto, la Mishnàh: opera resa necessaria perché il popolo ebraico era ormai disperso per il mondo e i suoi centri di studio frammentati e in pericolo di estinzione)». Per molti secoli il Pentateuco è stato copiato da scribi su rotoli di pergamena. «Il Sefer (il rotolo) della Toràh, è ancora oggi oggetto preziosissimo per la comunità ebraica: conservato in uno speciale armadio della Sinagoga, al suo passaggio tutti i fedeli si devono alzare in piedi e ossequiarlo». Tre i caratteri fondamentali della Toràh, enucleati da Della Rocca: «La sua origine celeste, senza la quale sarebbe un bel libro di poesia; la sua interdipendenza con Israele, senza la quale sarebbe un corpo privo di vita (così come Israele, senza il testo sacro, perderebbe la sua unità materiale e spirituale); la sua natura duttile, per cui è tradizione che si rinnova quotidianamente solo grazie all’uomo in una continua dinamica creativa».


Tradizione cristiana

«Ogni Vangelo – rileva il professor Bernardo Estrada – ha caratteristiche proprie: i primi tre – Matteo, Marco e Luca – sono detti sinottici in quanto, per le analogie dei loro contenuti, permettono, se allineati su colonne parallele, una visione d’insieme (in greco sýnopsis). Il quarto – Giovanni – ha uno stile letterario diverso, perché presenta una concezione teologica di Gesù più esplicita di quella dei sinottici». Tra le parole-chiave che esprimono la realtà della gioia neotestamentaria, «quelle con cui l’angelo comunica ai pastori la nascita del Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è venuto sulla terra a salvare il genere umano dal peccato, dalla morte e dal potere del male: “Vi annuncio una grande gioia” (Lc 2,10). Nella rivelazione neotestamentaria Gesù Cristo è gioia come fiducia nel progetto divino e sicurezza di avere accesso alla salvezza che Dio ha manifestato all’umanità». Un cenno poi alla Dei Verbum (costituzione dogmatica emanata dal Concilio Vaticano II sulla divina Rivelazione e la sacra Scrittura), che descrive il processo della salvezza «nella «pienezza dei tempi, quando lo stesso Figlio di Dio viene a comunicare gli insondabili misteri del Signore agli uomini. La rivelazione nella nuova alleanza, contenuta specialmente nei Vangeli. Partendo dalla persona e dalla predicazione di Gesù Cristo, emergono i punti di convergenza fra il Gesù della storia e il Cristo della fede e risalta il rapporto fra storia e teologia».


Tradizione musulmana

Dottore in Islamistica e bibliotecario del Centro Islamico Culturale d’Italia, sede della Grande Moschea di Roma, Gabriele Tecchiato tratteggia il Corano: «Più che di testo sacro dovremmo parlare di testo divino, di Logos fatto discendere da Dio direttamente all’uomo. Agli occhi di un musulmano il Corano, seppur comunicato attraverso il profeta Maometto, rimane un testo immacolato da ogni intervento umano, increato, eterno e inimitabileScrive Abû Íâmid al-Çazâlî, dottore dell’Islam: “La posizione che hanno i versetti del Corano per l’occhio dell’intelletto è la stessa che la luce del sole ha per l’occhio esterno, da questa luce essendo perfezionata la visione”». Libro costantemente letto e recitato, profondamente amato, vissuto e meditato dai fedeli islamici: «si nasce udendolo come prima cosa sussurrata all’orecchio del neonato, e si chiudono per sempre gli occhi avendolo nelle labbra». Due le chiavi d’interpretazione del testo, che si completano a vicenda, trovando fondamento nel Corano stesso, come spiega Tecchiato: «Il testo letterale (tafsîr) e la lettura allegorica (ta’wîl), che costituisce l’interpretazione ermeneutica vera e propria». L’auspicio è che il Corano possa essere affiancato da un’interpretazione della modernità che consenta di vivere dentro il reale, «ma questo non è compito dell’eterno miracolo divino donato all’uomo che è il Corano stesso; è compito proprio dell’uomo».


Tradizione induista

L’immagine è quella di un grande corpo, di cui ogni membro è costituito da una particolare scrittura. «ll Veda – spiega Hamsananda Ghiri – è il testo sacro per eccellenza, non ha subito l’intervento dell’uomo, traccia i confini dell’ortodossia indù. Fu il rishi (“saggio veggente”) Vyasa a trasmetterlo oralmente ai suoi quattro discepoli: ne nacquero raccolte preservate nei millenni grazie alla straordinaria capacità mnemonica dei sacerdoti incaricati». Comprende manuali di ritualistica, testi speculativi ed esoterici. Più di centomila versi «di raffinata poesia e misticismo che esprimono l’unità e l’interdipendenza tra gli esseri viventi, il cosmo e Dio». La quintessenza del Veda è contenuta nelle Upanishad (“dottrine arcane”), «dialoghi tra maestro e discepolo sulla natura di Dio e dell’uomo, la morte, lo scopo della vita e la realizzazione spirituale». I complessi insegnamenti del Veda e delle Upanishadsono resi accessibili a tutti, non solo ai sacerdoti o agli eruditi, dagli Itihasa (“così invero fu”), che la vicepresidente UII definisce «racconti e miti su figure umane e divine, modelli ideali per realizzare i quattro scopi della vita: dharma (principi etici e morali), artha (prosperità, benessere), kama (piacere) e moksha (liberazione spirituale). Completano il quadro i Purana (“cose antiche”), anch’esse indirizzate a tutti, una vera e propria enciclopedia dell’induismo con racconti edificanti e riferimenti al culto, alla mitologia e all’iconografia».

Antonino Piccione

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