Le lezioni della pandemia. Colloquio con il professor Stefano Zamagni

Anche il Papalino – tradizionale appuntamento tra giornalisti promosso da ISCOM – si fa smart. Il virus che affligge il mondo non ferma, rilancia semmai l’impegno di chiamare a raccolta i professionisti dell’informazione su fatti e temi di attualità da dibattere insieme con chi ne è protagonista, testimone o analista. L’iniziativa, che dal 2006 si svolge a Roma in un locale di Borgo Pio (da cui il nome), conosce dunque la propria fase 2, oggi al via con la videoconferenza di Stefano Zamagni, Ordinario di Economia politica all’Università di Bologna e presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, sugli insegnamenti scaturiti dalla pandemia.

Sullo sfondo la questione, da più parti evocata in questo frangente storico, della resilienza, la necessità cioè di far fronte in modo positivo agli stimoli esterni. Come tenere testa al cambiamento d’epoca in atto, che minaccia le fondamenta stesse della civiltà contemporanea? Quali scelte dirompenti siamo chiamati a compiere sotto il profilo etico, politico, economico e sociale per vincere questa immane sfida? 

La rivincita della prudenza, la virtù di guardare lontano per il bene comune 
Al di là degli interventi sul lato delle opportunità, delle risorse e degli incentivi, «occorre puntare – sostiene il professor Zamagni – sulla speranza, che non è mai utopia ma si alimenta di creatività, intelligenza politica e passione civile. Ha scritto Erodoto: “ Ta pathemata mathemata”, le sofferenze, quelle serie, insegnano. Negli ultimi decenni, poi, si è messa in disparte la virtù della prudenza. Prudente, si è voluto far credere, è il soggetto che teme di prendere decisioni, perché avverso al rischio. Ma la prudenza – auriga virtutum secondo Tommaso d’Aquino, guida delle altre virtù “indicando loro regola e misura” – è esattamente il contrario: è la virtù di voler guardare lontano per mirare al bene comune». Virtù che, nell’analisi di Zamagni, non ha orientato il Decisore a prendere di petto con puntualità e lungimiranza la crisi: «Perché si è atteso fino al 21 febbraio per i primi timidi provvedimenti quando si sapeva da oltre un mese e mezzo che in Cina (e subito dopo in Corea del Sud) il virus andava mietendo vittime? Perché si è fatto credere che la pandemia fosse un caso di cigno nero, un evento cioè imprevedibile, quando invece era stato previsto da almeno tre anni? (Anthony Fauci, Healio, gennaio 2017). Perché non si è tenuto conto che il tratto iniziale della curva esponenziale è quasi piatto, il che ha indotto a credere che non ci fosse motivo di preoccuparsi più di tanto?». 

L’importanza della sussidiarietà e del servizio civile universale 
«La pandemia ci aiuta a comprendere – è la seconda lezione individuata dall’economista – la profonda differenza tra government e governance, là dove la lingua italiana conosce un solo vocabolo, governo. Chi l’ha detto che la funzione implementativa – governance – debba essere affidata alla sola burocrazia o a organi dello Stato? L’articolo 118 della Costituzione parla esplicitamente di sussidiarietà, demandando ai corpi intermedi della società il compito di intervenire nella coprogettazione degli interventi, non solo nella cogestione degli stessi». Esempio di mancata applicazione del principio di sussidiarietà, l’appello del professor Giuseppe Pellicci, direttore dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano ( Corriere della Sera, 26 marzo 2020): “Con più di 290 colleghi abbiamo offerto di aprire i nostri laboratori in tutta Italia per mettere a disposizione macchine e personale, allargando così la platea di tamponi. Solo in Lombardia saremmo in grado di passare dagli attuali centomila a cinquecentomila circa”. Appello caduto nel vuoto. «Ci sono poi 80.000 giovani – denuncia Zamagni – che non hanno trovato posto nell’ultimo bando di servizio civile volontario per insufficienza di fondi, peraltro modesti. Un “esercito del bene comune”, così è stato definito: perché non provvedere subito?». 

L’urgenza di un piano di rinascita nazionale, esempio di democrazia deliberativa 
«Non si muore e non ci si ammala solo per il Covid-19, ma anche per la denutrizione e l’isolamento sociale prodotti da una lunga recessione economica. Con l’aggravante che, mentre il virus colpisce indistintamente, le nuove povertà investono gli scarti umani, come li ha chiamati papa Francesco». Nella sua recente intervista all’Osservatore Romano, Zamagni punta l’indice poi sul modello liberista e sulla fallacia della mano invisibile: «C’è voluto il pontefice con la Evangelii Gaudium (sul tema Papalino 19 febbraio 2020) a far presente che così non è. La pandemia somiglia tanto alla “distruzione creatrice” di cui parlava Joseph Schumpeter. Il problema è che dalla dimensione economica questo principio si è spostato a livello sociale, e a pagare sono i più poveri, i più fragili». Tra le misure urgenti per il nostro Paese, il presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali invoca la costituzione di «un gruppo di persone competenti, libere da ogni legame di partito o affari, dalla forte motivazione intrinseca, con l’incarico di consegnare a Governo e Parlamento un piano di rinascita nazionale entro tre mesi». Non una semplice lista di proposte, ma «un insieme articolato di progetti per dare concretezza all’idea di democrazia deliberativa, verso la quale il nostro Paese deve muovere se vorrà vedere l’alba di un nuovo giorno». Non sembra andare nella direzione auspicata la scelta dell’Esecutivo di affidarsi a un team guidato da Vittorio Colao e composto da studiosi e manager: «non è la stessa cosa, al di là del valore delle persone designate».  

La salvezza dell’Europa bisognosa di un “supplemento d’anima” 
A pochi giorni dall’accordo dell’Eurogruppo sul piano di aiuti (in verità quattro misure da sottoporre il prossimo 23 aprile ai capi di Stato e di Governo: i prestiti del Mes, gli aiuti della Banca europea degli investimenti, il sostegno alla cassa integrazione nazionale proposto dalla Commissione europea chiamato Sure, la proposta francese di creare un fondo finanziato da obbligazioni congiunte per finanziare il rilancio dell’economia), una riflessione sul futuro dell’Europa. «Ripensare in radice i Trattati europei – ammonisce Zamagni – perché l’Unione europea ha bisogno di un “supplemento d’anima”. Non saranno le tecnicalità, pur necessarie, a salvare l’Unione. Occorre andare al di là dell’Unione monetaria. I nazionalisti pretendono di interpretare il bene della nazione e gli interessi del popolo. La realtà ci dice invece che la salvezza è nella cooperazione». Infine, volgendo lo sguardo ai Paesi più poveri del pianeta, l’invito a dare seguito al “giubileo per il perdono dei debiti”, proposto dal cardinale Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, per cancellarne o almeno ridurne il debito estero, in modo da impiegare le scarse risorse per l’emergenza.

Antonino Piccione

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